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Tra La Pampa E Le Sfide Degli Elefanti Marini

Tra la Pampa e le sfide degli elefanti marini

Per molti anni mio padre mi parlò di quello zio Sebastiano che, negli anni ’40, partì da Asti con la speranza di una vita migliore e, imbarcatosi, navigò fino alla lontana Argentina dove, tranne poche lettere, non diede più traccia di sé ! Da quei racconti mi rimase il recondito desiderio di andare a conoscere quella terra, nell’altra parte del mondo, alla ricerca dello zio sconosciuto. Fu così che un giorno di febbraio di alcuni anni orsono, mi trovai improvvisamente catapultato nella lontana Patagonia argentina, terra selvaggia ed apparentemente inospitale, a due passi dai ghiacci dell’ Antartide. Il faro di Punta Delgada, come un missile in attesa di decollo, si stagliava contro il cielo azzurro appena imbronciato da nuvolette impertinenti, quasi come fosse a disagio su quella scogliera a picco sull’ Atlantico. Il vento soffiava incessante, facendo ondeggiare le secche erbe della pampa, ormai una costante nel piatto paesaggio patagonico. Un “gaucho” (guardiano di mandrie) solitario, con i consueti sovrapantaloni in pelle ed il tipico cappello a larga tesa, cavalcava fiero sul suo cavallo bianco verso un’ “estancia” invisibile. Scesi lungo la scogliera fino a raggiungere l’ampia fascia di ghiaia e roccia che portava all’Oceano. La notte incalzava, i gabbiani volavano veloci ebbri di libertà, nei dolci occhi degli elefanti marini si rispecchiava un tramonto ormai in arrivo; i grandi maschi si sfidavano in un gioco che dura da sempre, i colpi furenti tra quelle enormi masse di grasso e muscoli risuonavano all’intorno, il sangue sgorgava copioso dalle ferite. Le femmine, silenziose testimoni di quella cruenta battaglia per il loro possesso, apparivano sonnecchianti e distratte per nulla incuriosite dall’esito della sfida. Fra poco la notte ci avrebbe regalato una pioggia di stelle. Verso Oriente il cielo si era fatto livido e le nuvole all’orizzonte si coloravano di purpureo. Improvvisamente le immagini già vissute di quella Patagonia mi si presentarono, come in una lenta proiezione. Ricordai i ghiacciai frantumarsi nelle fredde acque dei fiordi, le immense foreste di Faggio australe piegarsi al vento impetuoso, le cascate cristalline scomporsi in miriadi di luccicanti goccioline iridescenti. Mi stupii ancora della fauna incontrata : i Pinguini di Magellano, buffi nel loro incedere, i furtivi Guanachi veloci e scattanti tra le erbe della pampa, il picchio Carpintero Rojo, una fiamma tra le fronde della foresta, e poi le Oche di Magellano, i Gufi virginiani, il Condor dal volo maestoso.
L’Oceano appariva appena increspato, all’orizzonte il volo radente di un cormorano tracciava una linea invisibile sulla palla infuocata del sole. Al faro le luci si erano accese, le dolci ed intriganti note di un tango argentino risuonavano in quell’ambiente irreale fino a confondersi con il sibilo freddo del vento da est. Mi sedetti alto sulla scogliera ad attendere la notte. Non trovai mai lo zio Sebastiano, perso chissà dove, ma conobbi i segreti di quella “terra alla fine del mondo” !

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