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Danze Sacre Ai Piedi Dell’Himalaya

Danze sacre ai piedi dell’Himalaya

Sono appena tornato dal Bhutan, in compagnia di un gruppetto di astigiani. Ho sempre considerato quel paese una meta preziosa ed irraggiungibile. Quel gioiello incastonato tra l’India e l’Himalaya, il “Regno del Drago tuonante”, mi appariva tanto piccolo da essere sconosciuto, tanto esclusivo da essere inavvicinabile. Nell’antico Jampa Lakhang, i monaci salmodiano i “ mantra” antichi di sempre. La sala di preghiera è affollata più del solito, fedeli attenti e silenziosi osservano i gesti rituali del vecchio Lama. Il suono dei tamburi e delle grandi trombe supera gli spessi muri del monastero per perdersi all’esterno, dove l’annuale festival di danze sacre (tsechu) sta per iniziare. Pellegrini con il viso bruciato dal sole giungono a frotte, le mani si protendono verso i “mulini di preghiera“ che ruotano uno dopo l’altro, senza sosta, come quelle sottili bandiere che, lassù sui monti, fremono al vento, incessanti. Le danze hanno inizio. Il cortile del monastero è colmo, gli spettatori si accalcano ordinatamente, ridendo alle prime battute degli “atsara” , i pagliacci. Quasi ogni mano tiene un rosario, i 108 grani scorrono uno dopo l’altro mentre, da labbra socchiuse, le preghiere salgono al Buddha. Il suono ritmato dei “cimbali“ annuncia danzatori senza volto, che disegnano magiche piroette. I grandi “cappelli neri” silenziosamente appaiono nei loro costumi di seta preziosa, volteggiano disegnando ruote colorate, ipnotizzanti. Inquietanti scheletri viventi rappresentano le demoniache presenze che impauriscono villaggi e monasteri, danzano come infernali folletti riflessi negli occhi stupiti degli astanti. La folla pare il costume di un arlecchino, mille colori si muovono, si sovrappongono, fremono al sole: si riconosce il rosso scuro dei monaci, e poi il giallo, il verde, il blu delle sete femminili. Il vecchio abate ritma, ad occhi chiusi, motivi ormai impressi nella sua memoria. Entrano i 4 cervi che con le loro gonne gialle creano ancora flessuosi giochi di colore. Le maschere sono perfette, le corna fendono l’aria nel ritmico volteggio della danza. Gli “tsechu” del Bhutan si tengono da tempo immemorabile in ogni grande monastero, una volta all’anno secondo il calendario locale. Sono cerimonie religiose e i credenti sono convinti che la partecipazione sia un atto meritorio. Durante le danze si invocano gli dei, capaci di scacciare i mali, di attirare la fortuna, di realizzare i desideri. Mi accorgo che il suono dei cimbali si è interrotto, il vecchio abate ha richiuso gli occhi, i danzatori sono scomparsi. Nel cortile è rimasto solo un “atsara” con la sua maschera rossa dal grande naso. Il sorriso beffardo impresso nel legno tenta inutilmente di stimolare risate. Quella maschera fra poco sarà riposta nell’oscurità di un cupo monastero e quel sorriso dovrà aspettare un lungo anno per tornare alla ribalta. Lo tsechu sta per finire. Lascio il monastero, in me è rimasta la magia del “Paese del Drago tuonante”.

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