skip to Main Content
In Alto Dolpo, Alla Ricerca Del Tibet Perduto

In alto dolpo, alla ricerca del Tibet perduto

Ancora una volta mi trovo sulle sponde del Lago Poksumdo, in Nepal. Cinque anni orsono, osservando l’ampio bacino turchese, non avrei sicuramente immaginato di potere un giorno percorrere quel sentiero sospeso nel vuoto, a metà della rocciosa sponda ovest del lago. Quell’incerta e pericolosa traccia, attraversata con difficoltà anche dalle carovane di yak è la porta di ingresso alla sconosciuta regione dell’Alto Dolpo. Tra quelle montagne lontane che appena intravedo, annebbiate e sfuggenti nell’impastato grigiore della nuvolaglia sempre incombente nel periodo estivo, vive un’esigua popolazione di alcune migliaia di persone, i Dolpo-pa, che rappresentano ancora un’enclave di pura cultura tibetana in territorio nepalese. La superficie del lago è appena accarezzata da una debole brezza che proviene da est, e solo il languido suono delle trombe rituali dei monaci del vicino monastero rompe l’apparente immobilità che anticipa il grande passo: penetrare a Shey Gompa. Giungere a Shey non è stato semplice, la lunga salita al colle Kang-la, oltre 5000 metri, ha affaticato notevolmente il nostro gruppo: la rarefazione dell’aria e i continui e gelidi guadi da varcare per attraversare la stretta valle hanno reso difficile il cammino a tutti. Shey mi appare improvvisamente, senza darmi il tempo di controllare le mie emozioni, e quel che vedo mi sembra uscito da un sogno: il rosso “gompa” (tempio) sovrasta la confluenza tra due impetuosi torrenti, grandi “chorten” (cappelle votive) lo circondano uniti da centinaia di colorate “bandiere delle preghiere” che sventolano senza sosta. Sono passati molti giorni dalla mia partenza da Kathmandu, ormai sono penetrato a fondo nell’antica zona proibita. In queste remote terre a due passi dal Tibet fino ad ora la gente ha avuto pochi contatti con l’occidente e lo dimostrano gli sguardi curiosi e impauriti nello stesso tempo, l’assembramento che si verifica intorno alle nostre tende quando ci accampiamo, i sorrisi senza malizia. Ogni sera molte persone si avvicinano alla mia tenda e alla mia cassa medicinali; sanno che questi stranieri hanno con loro medicine e questa è l’unica grande occasione per loro di tentare guarigioni insperate. In queste regioni infatti, la cura di ogni disturbo è delegata ad un’antica medicina tibetana e ai suoi depositari, gli “amchi”, personaggi colti e intelligenti che, da generazioni, si tramandano il potere di curare uomini e animali con metodi a volte cruenti ma efficaci. Il Buddismo si è qui miscelato con i riti precedenti, originari dell’antica religione Bon del Tibet così, ancora oggi, gli “amchi” combattono i demoni maligni con danze propiziatorie, polveri magiche, offerte, pozioni miracolose. Mentre dispenso pillole a questa gente penso che forse sarebbe più opportuno lasciarli curare dai loro “amchi”, chissà che le loro preghiere e le loro pozioni non siano più efficaci delle nostre moderne medicine. Almeno per lo spirito!

Back To Top